Le inchieste e le testimonianze di Art32 APS
Ferragosto difficile per la sanità oristanese: quando il territorio si scopre e il Pronto Soccorso è in affanno, dove va il cittadino?
Ci sono giornate nelle quali le parole rischiano di diventare più importanti delle persone. “Collasso”, “criticità”, “pressione”, “disagio”: da giorni intorno al Pronto Soccorso del San Martino di Oristano si discute anche su quale sia il termine più corretto per descrivere ciò che sta accadendo. Noi di Art32 APS preferiamo partire da una domanda molto più semplice: come stanno vivendo tutto questo i cittadini?
Perché dietro ogni numero che compare sul monitor regionale c’è qualcuno seduto su una sedia, una persona anziana accompagnata da un figlio, una donna che ha paura, un paziente che aspetta di sapere cosa gli sta succedendo, un familiare che guarda l’orologio e prova a capire quanto tempo manchi ancora. Ed è proprio da una di queste persone che vogliamo partire.
Il 13 agosto una cittadina si è rivolta al Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano intorno alle 17. Ci ha raccontato di essere stata presa in carico dagli infermieri, sottoposta ai primi controlli e poi rimasta in attesa della valutazione medica necessaria per completare il percorso.
Diciassette ore dopo quella visita, secondo la sua testimonianza, non era ancora arrivata. Alla fine ha deciso di andare via.
Ci ha riferito che, durante la sua permanenza, una sola dottoressa sarebbe stata impegnata a gestire le visite. Non possiamo naturalmente certificare in autonomia la composizione di quello specifico turno e per questo riportiamo la circostanza esattamente per ciò che è: la testimonianza diretta di una cittadina presente in quelle ore. Ma è difficile non osservare che il suo racconto arriva negli stessi giorni in cui le organizzazioni sindacali denunciano fortissime difficoltà organizzative e l’Ordine dei Medici della provincia di Oristano parla pubblicamente di una situazione divenuta insostenibile. La donna che ci ha scritto, però, non cerca colpevoli. Anzi, tiene a precisare di avere visto medici e infermieri lavorare in condizioni difficilissime e di comprendere che il problema non possa essere scaricato sui singoli professionisti.
È anche la nostra posizione.
Chi lavora in quelle condizioni ha bisogno di essere sostenuto, non additato.
Ma proprio per rispetto verso gli operatori e verso i pazienti non possiamo far finta che tutto questo sia normale. La parte più dolorosa della testimonianza non riguarda neppure soltanto le diciassette ore. Riguarda quello che accade mentre quelle ore passano. Persone che attendono nei corridoi. Anziani. Malati. Pazienti che hanno difficoltà a camminare. Persone che, dopo ore e ore, avrebbero bisogno semplicemente di bere, mangiare qualcosa, andare in bagno, essere rassicurate, ricevere un’informazione.
Chi è autonomo può alzarsi, cercare un distributore, arrangiarsi. Chi non lo è? È una domanda piccola soltanto in apparenza.
Perché la dignità di una persona fragile si misura anche nelle cose semplici. E quando una permanenza in Pronto Soccorso dura dieci, quindici, diciassette ore o più, quelle cose semplici diventano parte dell’assistenza.
Art32 APS, da alcuni giorni, sta seguendo anche i dati pubblicati attraverso MonitorPS Sardegna, il sistema ufficiale regionale di monitoraggio dei Pronto Soccorso. Le schermate che abbiamo raccolto non hanno bisogno di essere drammatizzate. Alle 16.10 del 12 agosto, al San Martino risultavano 14 pazienti in visita e 41 in attesa. Fra questi ultimi comparivano 15 codici arancioni, 7 azzurri, 18 verdi e un bianco. La sera successiva, alle 21.39 del 13 agosto, risultavano 7 pazienti in visita, 47 in attesa e un paziente in arrivo dal 118. Tra coloro che aspettavano risultavano 7 codici arancioni, 16 azzurri, 20 verdi e 4 bianchi.
Sono fotografie di due momenti diversi. Non pretendiamo di trasformarle in una statistica generale e non vogliamo attribuire ai valori visualizzati dall’applicazione significati tecnici che richiederebbero una specifica interpretazione. Ma un dato rimane davanti agli occhi di tutti: decine di persone contemporaneamente in attesa. E fra quelle persone non c’erano soltanto codici a bassa priorità.
La ASL 5 ha risposto alle denunce di questi giorni respingendo la definizione di “collasso”, riconoscendo però disagi e criticità per pazienti e operatori e illustrando gli sforzi compiuti per reperire personale e garantire il servizio. Ne prendiamo atto. Non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere gli sforzi quando ci sono. Ma pensiamo anche che, in momenti come questo, la discussione non possa fermarsi alla scelta delle parole. Se una cittadina racconta di avere atteso diciassette ore, se il monitor regionale mostra decine di persone in coda, se sindacati e Ordine dei Medici segnalano contemporaneamente difficoltà importanti, il problema esiste indipendentemente dal nome che decidiamo di dargli. E proprio mentre il Pronto Soccorso vive queste difficoltà, Art32 sta osservando un altro pezzo della stessa rete sanitaria: la continuità assistenziale.
Nel fine settimana di Ferragosto, tra il 14 e il 16 agosto, la ASL ha comunicato numerosi turni non attivi nei punti di guardia medica della provincia. Le scoperture interessano diversi centri del territorio e, in alcune giornate, anche Oristano.
Per Ferragosto l’Azienda ha previsto alcune misure sostitutive e ha correttamente ricordato ai cittadini la possibilità di rivolgersi al numero 116117, attivo per orientare verso i servizi disponibili. È un’informazione importante e va diffusa. Ma anche qui dobbiamo guardare il problema dalla parte della persona. Il 116117 può indicare dove si trova un medico disponibile. Non può creare un medico dove il turno non è coperto. Ed è qui che le due vicende si incontrano.
Se il cittadino non trova il proprio medico di famiglia perché è un giorno festivo, se la continuità assistenziale del suo territorio non è attiva e se ha un problema sanitario che ritiene non possa aspettare, dove andrà?
Molto spesso la risposta sarà inevitabilmente: al Pronto Soccorso. E cosa accade quando quel Pronto Soccorso sta già affrontando decine di persone in attesa? Questa è la questione che ci interessa. Non il singolo servizio. La rete.
Per anni abbiamo parlato di sanità territoriale, prossimità, Case della Comunità, integrazione ospedale-territorio, presa in carico. Sono parole importanti. Ma acquistano senso soltanto quando, nel momento del bisogno, una persona trova davvero qualcuno dall’altra parte. Ferragosto, Natale, domenica o martedì mattina non fanno differenza per chi si ammala. Ed è proprio nei giorni più difficili che un sistema sanitario dimostra quanto sia realmente capace di proteggere le persone fragili. C’è poi un altro tema sul quale Art32 vuole continuare a offrire il proprio contributo: la comunicazione sanitaria. Dopo il nostro pungolo, abbiamo apprezzato che, nelle comunicazioni più recenti sui turni della continuità assistenziale, la ASL abbia scelto formule più semplici e dirette, indicando chiaramente i “turni non attivi”. È un piccolo cambiamento, ma va nella direzione giusta. Perché chi cerca assistenza non dovrebbe essere costretto a interpretare un comunicato. Deve sapere subito cosa trova e cosa non trova. E soprattutto deve sapere cosa fare dopo. È questo, a nostro avviso, il punto sul quale tutta la comunicazione sanitaria potrebbe compiere un passo ulteriore. Quando ci sono difficoltà, la prima preoccupazione non dovrebbe essere rassicurare sull’efficienza dell’organizzazione o difenderne l’immagine. Dovrebbe essere accompagnare il cittadino. Dire con chiarezza: questo servizio oggi funziona, questo no; qui puoi trovare assistenza; questo numero puoi chiamare; se sei anziano o fragile puoi fare così; se la situazione peggiora devi rivolgerti qui.
La comunicazione sanitaria non dovrebbe essere un esercizio di reputazione. È essa stessa una parte della cura. Una frase semplice può evitare un viaggio inutile. Una tabella chiara può aiutare una famiglia a decidere. Un numero telefonico messo bene in evidenza può evitare che una persona fragile resti sola davanti a un problema. Per questo crediamo servano meno negazioni e più indicazioni. Meno “non è vero che”. Più “ecco cosa può fare il cittadino”. Meno necessità di dimostrare quanto si è lavorato.
Più attenzione a spiegare dove il paziente può trovare concretamente una risposta. Nessuna dirigenza sanitaria ha bisogno di essere celebrata. Ha bisogno, come tutte le organizzazioni complesse, di informazioni corrette, capacità di ascolto, senso della realtà e della misura. E soprattutto ha bisogno di ricordare ogni giorno perché esiste il Servizio sanitario pubblico: per le persone che hanno bisogno di cure. Noi non abbiamo alcun interesse a costruire uno scontro con la ASL 5. Non siamo nati per questo. Ma collaborazione non significa silenzio. Collaborare significa anche segnalare ciò che non funziona, raccogliere le testimonianze, osservare i dati, porre domande e contribuire a trovare risposte. Lo faremo senza processi sommari, senza cercare bersagli e senza attribuire ai professionisti responsabilità che non appartengono loro. Ma continueremo a farlo con fermezza. Perché la cittadina che ci ha scritto conclude il suo racconto con parole che dovrebbero accompagnare ogni decisione sulla sanità:
«Dietro quei numeri ci sono persone che stanno male, che sono stanche, che hanno paura.»
È tutto qui. 41 persone in attesa sono 41 persone. 47 persone in attesa sono 47 persone. Una donna che dopo diciassette ore decide di andare via è una persona che era entrata in un ospedale pubblico cercando una risposta. Un medico lasciato a sostenere un carico di lavoro enorme è una persona. Un infermiere che deve contemporaneamente assistere, valutare, rassicurare e affrontare l’esasperazione di chi aspetta è una persona. E una buona sanità dovrebbe riuscire a tenere insieme tutte queste persone. Senza contrapporle. Per questo continueremo a monitorare ciò che accade al San Martino e nei servizi territoriali durante questi giorni di Ferragosto. Non per contare gli errori. Ma per ricordare una cosa semplicissima, che rischiamo qualche volta di perdere dietro comunicati, numeri e dichiarazioni: la sanità esiste per prendersi cura delle persone.
Ed è sempre da lì che Art32 APS continuerà a guardarla.
Dalla parte del paziente.
ART32 – Salute, Prevenzione e Buone Pratiche APS ETS

Questo articolo merita di essere letto fino in fondo e soprattutto non deve essere liquidato come l’ennesima polemica sulla sanità.
I fatti che stanno emergendo in queste ore sono estremamente preoccupanti e, per molti aspetti, trovano conferma nelle stesse comunicazioni ufficiali.
Come cittadino sardo mi pongo allora una domanda molto semplice: fino a quando dobbiamo considerare normale tutto questo?
Noi cittadini, lavoratori e imprese della Sardegna contribuiamo ogni giorno, attraverso tasse e contributi, al mantenimento di un Servizio Sanitario Pubblico che dovrebbe garantire assistenza, dignità e sicurezza soprattutto nel momento del bisogno.
Non stiamo chiedendo privilegi.
Stiamo chiedendo ciò per cui contribuiamo e che la Costituzione riconosce come un diritto fondamentale: la tutela della salute.
Quando un Pronto Soccorso arriva ad avere decine di persone in attesa, quando vengono denunciate attese di moltissime ore, quando contemporaneamente numerose guardie mediche risultano scoperte, non possiamo limitarci a discutere se sia corretto utilizzare la parola “collasso”, “criticità” o “difficoltà”.
Il problema non è come lo chiamiamo.
Il problema è ciò che vive il cittadino quando sta male.
E sia chiaro: il mio pensiero e il mio rispetto vanno prima di tutto ai medici, agli infermieri e a tutti gli operatori sanitari che continuano a lavorare in condizioni difficilissime. Non sono loro il bersaglio. Molto spesso sono le prime vittime di un sistema che non riesce più a garantire loro personale, mezzi e organizzazione adeguati.
Ma proprio per questo credo sia arrivato il momento che il popolo sardo riprenda democraticamente il controllo del proprio diritto alla salute e del futuro della propria Isola.
Riprendere il controllo significa chiedere conto di come vengono utilizzate le risorse pubbliche.
Significa pretendere programmazione.
Significa chiedere medici, servizi territoriali funzionanti, Pronto Soccorso efficienti e risposte concrete.
Significa non accettare più che l’emergenza diventi normalità.
La Sardegna non può essere una terra nella quale il cittadino paga regolarmente per il sistema sanitario e poi, nel momento della necessità, si domanda con angoscia: “Se sto male, dove devo andare?”
Abbiamo una terra meravigliosa e un popolo che ha sempre dimostrato dignità, sacrificio e capacità di rialzarsi.
È arrivato il momento di far sentire questa voce, pacificamente, democraticamente e con determinazione, senza colori politici e senza divisioni.
Perché quando si parla della salute dei nostri figli, dei nostri anziani e delle nostre famiglie non dovrebbero esistere destra, sinistra o appartenenze.
Dovrebbe esistere soltanto la Sardegna.
E da uomo di fede aggiungo una cosa personale: continueremo certamente ad affidarci alla grazia e alla protezione del Padre Eterno, ma chi ha ricevuto dai cittadini il compito e le risorse per amministrare la sanità pubblica ha anche il dovere terreno di assumersi pienamente le proprie responsabilità.
La salute non è una concessione. È un diritto.
E un popolo che difende pacificamente i propri diritti non protesta contro qualcuno: difende il futuro della propria terra.
Forza Sardegna. Ora facciamoci sentire con rispetto, unità e fermezza.